Hayoun Kwon, Des Murs
In che modo le sue videoperformance mostrate nel cortometraggio l’hanno aiutata ad affrontare la tragedia dell’occupazione giapponese in Korea?
Non riesco a verbalizzare le cose, attraverso le immagini riesco ad esprimermi meglio. Mi viene più facile. Ho tratto 26 filmati su vari temi dal mio diario. Quando trovavo qualcosa che mi toccava e mi poneva delle domande, trovavo normale farci un film. Ho deciso di girare questo documentario dopo molti anni, per sintetizzare qual è stata la mia esperienza. Esso è quindi una raccolta di tutti i miei film precedenti.
Il gioco dei bambini che visitano la prigione di Seodaimun può essere rappresentazione, seppur innocente, del difficile rapporto tra l’ignoranza dei giapponesi e il doloroso ricordo dei koreani?
Sì, questa scena rappresenta per me l’assurdità della situazione dei 2 paesi.
Con la sua macchina da presa spesso ha voluto inquadrare schermi video, monitor di videocamere, schermate video da internet che a loro volta proiettavano immagini in movimento. Che valore hanno questi elementi meta-cinematografici?
Attraverso questo film volevo distanziarmi dai miei lavori precedenti. E per farlo ho distinto immagini recenti e immagini passate, schermi TV o monitor della camera, ho fatto vedere il dietro le quinte delle proiezioni. Uso le immagini per mostrare allo spettatore quello che io vedo. Così mi sento più vicino a lui.
Quante memorie e segreti può custodire uno spazio fisico come la prigione, coi suoi muri all’apparenza candidi e anonimi?
Solo il muro sa. Il mio gesto alla fine del film, quando ascolto il muro, è stato fatto perché volevo lasciare a lui lo spazio per potersi esprimere da solo.
Intervista a cura di Gianluca Suardi