Nicolas Steiner, Ich Bin's Helmut
Come mai hai scelto di girare in pellicola?
Durante i primi due anni della scuola di cinema (questo film è un progetto del secondo anno) abbiamo imparato a girare su pellicola e io sono rimasto molto sorpreso non solo dalle sue qualità visive, ma anche dalla particolare attenzione che si doveva avere nel riprendere (a causa dei costi altissimi delle bobine). Mi è veramente piaciuto questo modo di lavorare. Per “It’s me. Helmut” avevo a disposizione un budget bassissimo (I 1000 euro circa dati dalla scuola) e ho scritto la sceneggiatura in modo che andasse bene per un rullo da 16mm (11 minuti). A parte il problema economico, la cosa che mi piaceva della pellicola era il suo aspetto sporco. Ne ho poi discusso anche con il mio cameraman, e poiché dovevamo lavorare solo con la luce naturale e ottenere il meglio dalla 16mm, eravamo soddisfatti di quello che avevamo. Di sicuro, paragonato al digitale, è stato il maggior rischio che abbia mai corso. Avevo solo 3 chances (3 riprese, 3 rolli di pellicola) e se qualcosa fosse andato storto nel processo di sviluppo sarei rimasto fregato. I miei compagni di corso da allora mi chiamano “poker face”…J
Il tuo film ci ha ricordato in qualche maniera il cinema di Roy Anderson, è una cosa voluta o è solo una casualità? Ti sei ispirato a qualcuno in particolare? Ci vengono in mente anche Kaurismäki o Lynch, per esempio…
Non posso negare di essere un fan di Mr. Roy Anderson. Ma non è stata una cosa voluta (credo che sia stato soprattutto il tuba alla fine a farle venire in mente Anderson e il suo “You, the living”). Devo dire che lui è fonte di grande ispirazione, mi piace tantissimo, ma non era mia intenzione fargli un omaggio o qualcosa del genere. Alcuni miei progetti sono stati realizzati prima di guardare i suoi film. Per esempio, il primo lavoro alla scuola di cinema è stato un corto di 8 minuti, dove c’erano 2 uomini svizzeri in una sauna, con un orologio a cucù e un uovo. Ho fatto solo 2 riprese e Anderson non lo conoscevo ancora a quei tempi. Ma sicuramente mi piace il suo stile. Anche Kaurismaki e i registi come lui mi piacciono, sebbene abbia visto poco di loro.
Il lavoro sul set è davvero straordinario, è la dimostrazione di come il cinema sia un’attività soprattutto artigianale, in cui gli effetti speciali hanno un’importanza limitata e il lavoro dell’autore sta nella composizione delle inquadrature e nella direzione degli attori. Sei d’accordo? È per questo che hai usato un unico, lungo, pianosequenza?
Sì, sono d’accordo. Per lo meno in questo film la maggior parte del mio lavoro si è concentrata sugli aspetti “artigianali” e organizzativi, accanto al montaggio e alla direzione. L’idea della “decostruzione” mi piaceva molto, ma a parte questo, ho trovato divertente svelare i segreti del “fare film” per essere il più onesto possibile nei confronti del pubblico. Il raccontare una storia è stato però sicuramente più importante del rendere un concetto, uno stratagemma o una buona idea.
È sembrata un’operazione molto complessa quella di girare senza stacchi di montaggio. Quanto tempo ha richiesto la lavorazione?
L’idea mi è venuta in mente molto tempo fa, ma la sceneggiatura l’ho scritta solo a marzo/aprile 2009. Da aprile a fine giugno ho preparato il set e tutto il resto. L’ultimo weekend di giugno abbiamo ripreso il tutto. Il cast era composto da 70 persone che non erano mai state su un set in vita loro, tutti non attori provenienti dal mio paese in mezzo alle montagne svizzere. 6 persone della troupe (assistenti regia, luci, etc), erano studenti della mia scuola. Il venerdì ho tenuto una serata informativa per tutti, il sabato abbiamo provato ogni singola scena e la domenica abbiamo ripreso. Per tre volte, perché avevamo 3 rulli. Uno era danneggiato e con il terzo ha iniziato a piovere. Ecco com’è andata.
Hai in cantiere progetti simili, oppure ha intenzione di cambiare tono espressivo nei tuoi prossimi lavori?
Ho appena finito di girare il mio primo lungometraggio, un documentario sulle lotte tra mucche in Svizzera (www.battleofthequeens.com). Certamente è un altro stile, perché è un documentario. Ma lo humor è lo stesso. Comunque sì, la mia intenzione è continuare a lavorare in questo modo.
Grazie per l’intervista
Nicolas Steiner
Ludwigsburg, 20 ottobre 2011
Intervista a cura di Lorenzo Rossi