Vicenta, Sam Orti
Robert Cambrinus, Commentary 


Il tuo film parte da un’idea – quella del commento in diretta – molto semplice eppure anche tanto originale, come ti è venuta l’idea? Hai pensato prima alla storia o al modo in cui raccontarla?
Mi interessa molto esplorare nuovi modi per personalizzare la mia espressione filmica. Alla base c'era l'idea di giocare con il genere usando un formato esistente, il classico commento audio del regista, e rendendolo reportage con l'inversione di film e commento. Quello che cercavo era una nuova forma di immediatezza tra l'autore e lo spettatore.

Sembra, come suggerisci anche tu, di guardare un Dvd con il commento dell’autore. Il film sembra dirci di come le nuove tecnologie abbiano mutato il rapporto fra autore e spettatore, sei d’accordo? Qual è la tua opinione in merito?
Le nuove tecnologie (l'abilità dello spettatore di mettere in pausa un film in DVD/BD o sulla TV digitale, tornare indietro alle scene precedenti, ripeterle al rallentatore, e l'abilità di scaricare film e di ri-montarli ecc) hanno cambiato profondamente il rapporto tra autore e spettatore: hanno trasferito al pubblico il potere sull'immagine. Solo nell'inviolabilità della buia sala cinematografica gli autori tradizionali possono essere ragionevolmente sicuri che I loro film vengano visti nel modo in cui erano previsti all'origine. Ma ogni contesto di visione presenta un film in una nuova luce. Questo incoraggia inoltre ripetute visioni in diverse ambientazioni.
Nel lavoro “Commentary” volevo creare uno spazio in cui autore e pubblico si incontrassero faccia a faccia. L'autore si unisce all'osservatore e abbandona la sua voce autoritaria. Le nuove tecnologie aprono a spazi (pensate anche solo ai social media) che dovrebbero essere considerati come campi da gioco ulteriori per raccontare storie in modi nuovi e più personali. Le sale cinematografiche continueranno ad esistere, ma ci saranno più modi di prima per vedere I film (e di rivolgersi allo spettatore).

La perdita dell’identità, lo smarrimento in un paese straniero, una madre che non riconosce il figlio. Sono tutti temi e metafore universali. C’è un motivo particolare per cui hai scelto dei protagonisti musulmani per raccontare tutto questo?
Ogni autore in una certa misura racconta storie personali. Trasponendo la mia storia in un ambiente musulmano (che ho potuto conoscere nel corso dei miei dieci anni a Londra, dove c'è una grande e vibrante comunità musulmana) ho scelto uno scenario il più possibile lontano dalle mie circostanze personali. Volevo rimuovere ogni collegamento scontato alla mia biografia. Quindi solo un commento poteva fare da ponte tra la mia esperienza personale e la storia raccontata al mio pubblico. Il commento colma la distanza e al contempo racconta una nuova storia.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Attualmente sto lavorando ad un progetto per un documentario insieme al mio collaboratore Tom Nerling, che esplora la paura del futuro; non le minacce concrete (come il riscaldamento globale, ecc.) ma quel confuso senso di incertezza -un concetto astratto. Nella nostra storia un architetto idealista vuole fare qualcosa di utile e di significativo per il suo Paese. La paura per un futuro sconosciuto aveva portato suo padre ad emigrare dalla Germania dell'Est ormai crollata subito dopo il 1989. il figlio ritorna, ma ora inizia a domandarsi quanto valga il suo lavoro. Come possiamo avere fiducia nel futuro se continuamo a ricostruire sulle stesse vecchie fondamenta? A volte può essere necessario demolire tutto prima di poter ripartire più freschi.
Intanto continuo a lavorare sui cortometraggi esplorando e sviluppando il mio cinema personale. Per ulteriori informazioni e contatti, visitate la pagina www.conceptfilms.net


Intervista a cura di Lorenzo Rossi

 
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