Vicenta, Sam Orti
Derviches Associes, Orson Welles  
“Derviches Associés” è un collettivo di video-artisti? Come mai avete scelto questo nome?
Se un collettivo inizia con 2 persone, allora noi lo siamo! Ma credo continueremo a lavorare in due. Siamo sempre in due anche quando a volte lavoriamo per altri progetti (come per esempio per il Saint-Octobre rock poetry readings).
Derviches Associés è nato il giorno in cui dovevamo scegliere un’ “etichetta” per un progetto cinematografico di 48ore ad un festival di cinema digitale in Francia, il “cinéma nouvelle génération”.
Derviches sta per lo spirito indipendente dei dervishi sufi (senza però alcun legame religioso) e per il loro metodo dello “studiare attraverso l’esercizio”. Associés invece ci aiuta a ricordare con un sorriso che noi non siamo affatto un’attività commerciale.

Quante persone seguono la realizzazione di un cortometraggio? Lavorate sempre in gruppo? Avete un metodo di lavoro preciso?
Noi siamo molto, molto indipendenti. Ci piace lavorare in pochi: noi 2, a volte un tecnico del suono, a volte un direttore della fotografia, e basta. La maggior parte delle immagini che usiamo la “rubiamo” da posti dove nessuno si è accorto che stavamo filmando.
Lavoriamo sempre insieme, e per questo motivo dobbiamo conoscerci molto bene, dobbiamo essere in grado di improvvisare e sfruttare il nostro ambiente. Per lo stesso motivo il nostro metodo è un po’ un casino… Non possiamo dire chi ha fatto cosa quando il film è finito. Francis si dedica per lo più al montaggio e alla riprese, mentre Katia si occupa della recitazione e della sceneggiatura.

Con quale tipo di supporto è stato girato “Orson Welles”?
Dobbiamo dirlo per forza? Un piccolo Sanyo Xacti simile ad un asciugacapelli, ma full HD, nessuna steady cam.

Avete progetti futuri? Ci sono delle immagini che vi affascinano e su cui state lavorando in questo momento?
Progetti futuri, una miriade! Abbiamo appena finito di girare un film: “La neige” (la neve), realizzato esclusivamente con foto di repertorio di giornate nevose in sud Italia e con home movies. Saremo presenti alla Biennale internazionale di arte contemporanea di Lione con una performance di “live cinema”, il Cinéma fragile, e stiamo preparando inoltre una serie di film muti per il festival di letture di poesie di Saint-Octobre. E poi cominceremo a scrivere il nostro prossimo film, “Wannabe”.
Troviamo interessanti quelle immagini che non usiamo per lo scopo del film, perché le guardiamo per quello che sono realmente e non per la loro utilità pratica. Ecco perché amiamo lavorare con il materiale di repertorio, con l’archivio web e le vecchie cartoline. Abbiamo anche filmato immagini senza uno scopo preciso, le abbiamo usate dopo, un po’ come lo scrittore usa le parole. Sono il nostro vocabolario.

C'è qualche maestro del cinema da cui Vi sentite particolarmente ispirati?
Beh, Godard di sicuro, ma anche Pasolini, soprattutto per “Accattone”, Minelli con “some came running” (Qualcuno verrà), “la bella e la bestia” e “il testamento di Orfeo” di Cocteau. Poi ancora “Mediterranée” di Jean-Daniel Pollet e altri suoi capolavori, Chris Marker. Anche i libri ci sono di grande ispirazione, sono un po’ dei maestri cinematografici anche loro!
Come quelli di André Hardellet, oppure la musica, come Perfect Day di Lou Reed. Questo tipo di domanda è sempre difficile, perché ci vengono in mente altri che amiamo e che avremmo dovuto nominare… solo dopo aver risposto.

Su quale supporto è stata incisa la voice-over? Il rumore che fa da sottofondo è quello del tape di un registratore?
La voice-over è stata registrata su un portastudio analogico degli anni ’80, bravo! Amiamo lo shhhhhhh del registratore… Il rumore di sottofondo è un mix “complesso” ed azzardato di un boiler a gas gigante del nostro condominio, di un fischio di giradischi e di rumori provenienti dalla strada fuori dal nostro interrato e di altre cose… Volevamo avere una sorta di ronzio basso e costante dietro le voci.

Dove avete recuperato le immagini d'archivio presenti nell'opera?
Quelle che non abbiamo girato noi provengono per la maggior parte dall’ archivio internet, e sono senza copyright.

“Orson Welles” può essere considerato un'opera postmoderna?
A essere sinceri, proprio non lo sappiamo.


Intervista a cura di Andrea Arnoldi
 
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