Djibril Diop Mambety: reinventare l'Africa
Una retrospettiva interamente dedicata al poeta visionario dell’Africa nera. Djibril Diop Mambéty, regista senegalese, scomparso prematuramente, che ci ha saputo regalare un’Africa pervasa da una dimensione simbolica e musicale, protesa verso un cinema spregiudicato e sperimentatore. Verranno proiettati tutti i suoi lavori, 7 film che sono “sinfonie della vita”. Immagini come proiezioni del suo universo interiore: la sua terra natìa, la “piccola gente” che anima la città di Dakar e dei suoi quartieri, il mare come confine e ossessione, i corpi filiformi e danzanti dei protagonisti delle sue storie, le voci e la musica sono alcuni dei temi e dei tratti peculiari che pervadono tutta la sua filmografia. La sua è una ricerca formale, in cui fondamentale è il valore estetico di ogni singola immagine. Una ricerca di poesia, da rintracciare nel quotidiano, nel reale che si confonde con l'irruenza dell'immaginario, con la dimensione del sogno, senza tralasciare miti e simboli della tradizione africana. La sua visione della realtà non è univoca, ma contempla molteplici possibilità, ripensamenti, intrecci e rimandi simbolici. Indugia sin dal suo primo lavoro, il cortometraggio “Contras’ city”, sulla città di Dakar, sui contrasti e le diverse realtà sociali e culturali che la popolano. Con “Badou boy” racconta lo spirito di ribellione e contestazione verso l'ordine prestabilito. La storia è quella di un ladruncolo che vive alla giornata e che riporta sullo schermo parte della giovinezza del regista e di molti senegalesi e giovani africani. Con “Le franc” e “La petite vendeuse de soleil”, trova nella “piccola gente” che vive le strade, i protagonisti delle sue storie, a cui era sua intenzione dedicare una trilogia, rimasta incompiuta a causa della sua prematura scomparsa. Nelle immagini ricorrenti della distesa immensa dell'oceano, che ritroviamo in tutti i suoi film ed in particolare nel capolavoro “Touki Bouki”, riversa l’ossessione di partire, il sogno dell'Occidente, il senso di libertà e ribellione della gioventù africana. Rappresenta la sua passione verso le persone e le loro storie, il suo immenso rispetto per gli anziani con il breve documentario “Parlons grand-mère”, che rende omaggio non solo all'attrice Fatimata Sango, ma anche all'arte di fare cinema. Con “Heynes”, un favola amara tratta dalla piece teatrale dello svizzero Friedrich Dürrenmatt “La visita della vecchia signora”, affronta il tema del potere demistificatore e corruttore del denaro, che porta un intero villaggio a soccombere ad un ricatto che sarà fatale. “Ognuno ha un modo personale per compiere la propria missione. Io non credo al cinema didattico, ma credo molto nella creazione. Penso che il nostro dovere, di registi, sia l’aggressione. Se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo “aggredire” il pubblico, irritarlo, metterlo a disagio, senza sperare in risultati tangibili immediati”.
La sua è stata una formazione teatrale, ha lavorato per diversi anni nella compagnia del Teatro nazionale Daniel Sorano di Dakar, per poi dedicarsi al cinema, come regista autodidatta, sentendo la vibrante necessità di contribuire a quella rivoluzione stilistica e re-invezione del cinema che stava accadendo nel mondo con l’onda dei movimenti della nouvelle vague europea, del freecinema inglese, del cinema novo latinoamericano. La retrospettiva è organizzata in collaborazione con il Lab80, il COE - Centro Orientamento Educativo, il Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano.
|
|